Un ritardo o un errore colpevole nella diagnosi di una patologia terminale determina l’obbligo per il medico di risarcire il danno morale terminale e da perdita da chance patito dalla vittima. Il diritto al risarcimento in caso di decesso del paziente è trasmissibile agli eredi.

La responsabilità medica da errata o ritardata diagnosi di una patologia incurabile (come un tumore in fase terminale) provoca dei danni nel paziente, anche se l’esito della malattia sarebbe comunque rimasto infausto.

Non poter scegliere consapevolmente una terapia o non aver la possibilità di poter trascorrere in modo migliore il tempo residuo della propria vita sono dei danni di cui il danneggiato ed i suoi familiari hanno diritto al risarcimento.

I danni da diagnosi tardiva

Il diritto leso dall’errore medico in caso di diagnosi tardiva è la libertà di autodeterminazione del paziente garantita dalla nostra Costituzione.

Il paziente che riceve una diagnosi tardiva della sua malattia terminale, subisce un danno di un bene reale, concreto e certo, la vita, indipendentemente dalla sua durata, anche se riferita ad una condizione patologica ad esito certamente infausto.

Il danneggiato, non conoscendo con precisione le proprie condizioni di salute, non ha la possibilità di decidere come vivere l’ultimo periodo della propria vita, con la consapevolezza della fase terminale della propria malattia.

Il ritardo della diagnosi inoltre, tra le tante conseguenze negative, non consente al paziente o ne ritarda la possibilità di effettuare delle terapie palliative per alleviare le sofferenze e il dolore fisico che un eventuale cura palliativa avrebbe potuto evitare o diminuire, nonostante la fase terminale della malattia (Cassazione sentenze nn. 23846 del 2008 e 11522 del 2014).

Il paziente, se informato tempestivamente, avrebbe potuto anche decidere di evitare le cure per trascorrere il tempo residuo in altro modo, con conseguente negazione della chance di poter avere una migliore qualità della vita, seppur limitata (Cassazione sentenza n.7195 del 2014).

Conoscere per tempo l’esito inevitabile della malattia, avrebbe consentito inoltre al paziente la possibilità di accettare la propria condizione o comunque la possibilità di effettuare scelte diverse.

 

Il risarcimento per ritardo della diagnosi

Non conoscere con esattezza le proprie condizioni di salute, nonostante i dolori ed il malessere che si avvertono, comporta al paziente un’angosciante sofferenza e paura per l’incertezza del suo stato fisico. Tale sofferenza è considerata dalla nostra giurisprudenza un danno sicuramente risarcibile.

Ovviamente per aver diritto ad un risarcimento, la diagnosi tardiva dev’essere causata da una colpa del medico curante.

Il professionista deve effettuare gli accertamenti, in base al quadro patologico del paziente, con diligenza particolarmente qualificata (Cassazione, sentenza n.22222 del 2014), buona fede e correttezza.

La Corte di Cassazione nella sentenza n.17143 del 2012 ha ribadito inoltre che il medico deve impiegare la perizia e gli strumenti e i mezzi tecnici appropriati ed adeguati al tipo di attività che esercita, allo standard professionale e al grado di responsabilità.

Qualora fosse riscontrato un approccio insufficiente da parte del professionista (ad esempio quando nonostante la necessità di ulteriori analisi, non siano stati effettuati esami più approfonditi o specifici che avrebbero consentito una corretta diagnosi) o una diligenza non all’altezza dell’attività esercitata, il medico sarebbe considerato responsabile di tardiva diagnosi e condannabile al risarcimento dei danni patiti dalla vittima.

L’ammontare del risarcimento del danno morale terminale e da perdita di chance sarà determinato dal giudice in via equitativa in favore degli eredi della vittima.

 

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L’onere della prova per la diagnosi tardiva

Per ottenere un risarcimento, gli eredi hanno l’onere di dimostrare concretamente che la diagnosi della malattia sia stata effettuata con colpevole ritardo e la concreta sofferenza patita dalla vittima nella fase finale della sua vita, mentre non è necessario dimostrare che il paziente avrebbe vissuto in maniera diversa il periodo terminale della propria vita se fosse stato consapevole del suo effettivo stato di salute.

Spetta invece al medico l’onere di dimostrare di aver utilizzato l’adeguata e necessaria diligenza e perizia richiesta dalla sua professione, per liberarsi dalla responsabilità dell’errore o del ritardo della diagnosi.

La Cassazione, nella sentenza n.46412 del 2008, ribadisce che in tema di colpa professionale medica, si parla di errore diagnostico, non solo quando non si riesca a stabilire con precisione una patologia in base alla presenza di uno o più sintomi, ma anche quando non siano stati eseguiti ulteriori analisi ed accertamenti considerati doverosi per determinare e stabilire in maniera corretta una diagnosi.