In Italia le case di riposo, di cura e le residenze sanitarie assistenziali ospitano oltre 300 mila persone anziane.

Mentre nelle prime non tutte hanno personale sanitario in grado di prestare assistenza medica, nelle altre, che trattano persone che hanno bisogno di trattamenti o non autosufficienti, sono presenti medici specializzati, assistenti sanitari e infermieri.

Molte di queste persone anziane, che sono assistite in queste strutture, sono soggetti particolarmente fragili e hanno necessità di cure e attenzioni particolari.

In caso di carenza assistenziale o di malasanità il paziente e i suoi parenti più stretti hanno diritto ad un risarcimento dei danni patiti.

Risarcimento per caduta dell’anziano in RSA e case di cura

Tra i sintomi più frequenti nel soggetto anziano fragile ci sono anomalie dell’equilibrio, riduzione della forza muscolare e una maggiore predisposizione alle fratture.

Per questi motivi il rischio di cadute con conseguenze gravi è molto alto e le strutture hanno il compito di valutare costantemente le condizioni dei pazienti e di prestare un’adatta sorveglianza e attenzione per evitare il verificarsi di questi eventi.

La caduta di una persona anziana può comportare serie ripercussioni, come la frattura dell’anca, degli arti, danni cerebrali e traumi cranici che possono provocare gravi disabilità irreversibili e in alcuni casi anche la morte.

Le strutture sanitarie e assistenziali devono adottare tutte le precauzioni necessarie per scongiurare il rischio di caduta dei propri ospiti; in caso contrario, possono essere considerate responsabili dei danni da loro subiti in caso di caduta accidentale.

Come ribadito dal Tribunale di Roma, nella sentenza n.12033 del 2017, si ha diritto ad un risarcimento per la caduta di un anziano in casa di riposo o RSA qualora, nonostante il rischio di caduta fosse prevedibile, la struttura non abbia adottato tutte le misure necessarie per evitarlo.

Nel caso in questione, sebbene il paziente ricoverato avesse evidenti problemi di deambulazione ed equilibrio, non erano state alzate le spondine del letto, anche se la necessità del loro utilizzo fosse stata prescritta.

A causa di questo errore, durante il ricovero il paziente era caduto accidentalmente dal letto, decedendo poco dopo a causa delle gravi lesioni subite.

Il giudice, accertata la responsabilità della struttura sanitaria, ha disposto in favore dei parenti della vittima il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale e un risarcimento per il danno biologico terminale.

 

Risarcimento per infezioni correlate all’assistenza

Quando un paziente ospitato in una struttura sanitaria o assistenziale contrae un’infezione, durante il ricovero o dopo le dimissioni, che prima non si era manifestata clinicamente, né era in incubazione, si parla di infezione correlata all’assistenza.

Le infezioni contratte in ospedale o in luoghi di cura extra professionali (come le case di cure e le residenze sanitarie assistite per anziani) spesso sono gravi e resistenti ai trattamenti (come ad esempio quelle provocate da batteri resistenti agli antibiotici) e possono incidere negativamente e permanentemente sullo stato di salute del paziente.

Purtroppo, migliaia di persone muoiono ogni giorno a causa delle infezioni ospedaliere e negli ultimi anni il tasso di mortalità è aumentato in modo preoccupante.

Circa l’80% delle infezioni colpisce il tratto urinario, l’apparato respiratorio e le ferite chirurgiche; rientrano in questo gruppo anche le cosiddette infezioni sistemiche come sepsi e batteriemie.

Le principali modalità di contagio delle infezioni esogene (quando il patogeno è contratto dall’ambiente esterno e/o da altre persone) sono date da:

  • contatto diretto tra il paziente e una persona infetta (soprattutto tramite le mani);
  • contatto indiretto, come ad esempio attraverso le goccioline mucosalivari del respiro (tramite tosse, starnuti e anche il semplice parlare a poca distanza);
  • veicolo comune contaminato (come sangue, cibo, liquidi di infusione, strumenti ecc.);
  • via aerea (i microrganismi permangono nell’aria e possono trasmettersi a distanza).

Per ottenere un risarcimento dei danni derivanti da un’infezione correlata all’assistenza è necessario dimostrare la responsabilità della struttura o dei sanitari, come ad esempio il mancato uso di dispositivi di protezione da parte del personale, la non adozione dei protocolli e disposizioni di prevenzione previsti dalla legge, una diagnosi tardiva, un errato trattamento, un errore nella scelta e nell’utilizzo degli antibiotici, ecc.

Spetta invece al debitore, per liberarsi da tale responsabilità, dimostrare che non c’è stato alcun inadempimento o che il peggioramento dello stato di salute del paziente non sia derivato da questo.

Il Tribunale di Roma, nell’agosto del 2017, ha condannato una struttura ospedaliera a un risarcimento di quasi un milione di euro in favore dei parenti di un paziente, deceduto a causa di un’infezione batterica contratta durante il ricovero.

L’ospedale è stato considerato responsabile del decesso del paziente, per non aver adottato tutte le misure richieste e le precauzioni necessarie per evitare il contagio; dalle perizie fu infatti riscontrato che i batteri responsabili dell’infezione erano caratteristici di ambienti con scarsa pulizia ed igiene.

 

Risarcimento per coronavirus Sars-Cov-2 in case di riposo ed RSA

Aumentano gli indizi secondo i quali la diffusione del Covid-19 all’interno delle strutture ospedaliere, sanitarie e assistenziali sia stata dovuta a un mancato isolamento di alcuni pazienti.

Dopo le ispezioni dei Nas sono arrivate anche le prime denunce a seguito dei decessi avvenuti in queste strutture (risarcimento per i familiari della vittima di malasanità).

Si dovrà verificare se siano contestabili profili di responsabilità delle strutture per i danni provocati dal contagio ai pazienti e ai loro familiari.

I danni da contagio di infezioni correlata all’assistenza, come abbiamo visto nel capitolo precedente, possono essere imputati alla struttura quando si riscontrano delle mancanze, come il mancato uso dei dispositivi di protezione, l’omissione dell’attività di isolamento in presenza di sintomi di malattie infettive, la non adozione dei protocolli sulla prevenzione, ecc.

Per liberarsi dalla responsabilità contrattuale e quindi dall’obbligo risarcitorio, la struttura dovrà dimostrare che la diffusione del contagio sia stata inevitabile, nonostante il rispetto delle linee guida.

Quindi, qualora fosse dimostrato che nelle case di riposo, negli ospedali o nelle residenze sanitarie assistenziali non siano state prese misure precauzionali per evitare la diffusione del contagio, nonostante alcuni pazienti manifestassero sintomi riconducibili a malattie infettive, i danneggiati sarebbero legittimati a richiedere un risarcimento per i danni subiti derivanti dalla malattia.

 

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Risarcimento danno iatrogeno

Si parla di danno iatrogeno quando il paziente ha un peggioramento della propria patologia a causa delle azioni o omissioni colpose o dolose di un sanitario.

Come ribadito più volte dalla Cassazione, come nelle sentenze n.7507 del 2001 e n.7577 del 2007, al medico che ha commesso l’errore colposo o doloso è imputata la patologia sofferta dal danneggiato nella sua interezza, ossia comprese le lesioni preesistenti, anche se originate da fattori causali differenti.

Il nesso di causa tra l’errore del sanitario e il peggioramento dello stato di salute di un paziente si verifica anche in caso di omissione di terapie che avrebbero evitato le complicanze della patologia preesistente (sentenza Cassazione n.41943 del 2006).

Quindi, il paziente che entra in una struttura sanitaria con una patologia, se a causa del comportamento colposo dei medici dovesse subire un aggravamento della stessa, avrebbe diritto un risarcimento danni.

Il risarcimento del danno iatrogeno differenziale (quindi del solo peggioramento e non dell’intero danno patito) viene calcolato tenendo conto delle conseguenze negative che si sarebbero comunque verificate, a prescindere dall’errore medico.

Come chiarito dalla Cassazione, ad esempio nelle sentenze n.6341 del 2014 e n.8551 del 2017, il calcolo del risarcimento del danno iatrogeno differenziale viene effettuato sottraendo dall’importo monetario stabilito per la percentuale di invalidità complessiva, il montante risarcitorio previsto per l’invalidità che si sarebbe comunque residuata nel danneggiato, anche in caso di condotta corretta del sanitario.

Nella sentenza n.12408 del 2011, la Corte di Cassazione ha stabilito che per garantire un’equità di giudizio, per calcolare gli importi del risarcimento da malasanità debbano essere utilizzate le tabelle sul danno non patrimoniale del Tribunale di Milano.

 

Richiesta di risarcimento per malasanità, onere della prova e termini di prescrizione

Oltre ai casi appena visti, i danni più frequenti che il paziente anziano può subire all’interno di RSA o case di cura, a causa di una negligente o mancata assistenza, sono i danni da malnutrizione, da disidratazione e piaghe da decubito.

Per aver diritto ad un risarcimento per malasanità, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, il danneggiato ha l’onere di dimostrare il danno subito e di provare il nesso causale tra quest’ultimo e la condotta negligente commissiva od omissiva dei sanitari.

Per questo motivo è indispensabile procurarsi e conservare tutte le prove che possano essere utilizzate per dimostrare una responsabilità della struttura sanitaria assistenziale, come le fotografie delle lesioni, le cartelle cliniche e le documentazioni mediche dell’RSA o della casa di cura, testimonianze di dipendenti o di altri pazienti, autopsie giudiziarie, perizie medico legali di parte, ecc.

Raccolte le prove si potrà procedere con la richiesta risarcitoria nei confronti dei soggetti responsabili (medici e/o strutture).

Tuttavia, se la controparte fosse comunque convinta che non ci sia stato alcun inadempimento o che i danni non siano stati provocati da comportamenti colposi, per far valere i propri diritti sarà necessario procedere con un tentativo obbligatorio di conciliazione, con la partecipazione di tutte le parti, assicurazioni comprese (art.8 Legge Gelli n.24 del 2017).

La presentazione di tale ricorso rappresenta condizione di procedibilità della domanda di risarcimento; trascorsi sei mesi dalla stessa, se il procedimento non si è concluso, si potrà andare in giudizio davanti a un giudice.

Per quanto riguarda infine i termini di prescrizione del risarcimento danni per malasanità, periodo trascorso il quale si estingue un diritto se non esercitato, questi sono pari a 10 anni nei confronti della struttura sanitaria per responsabilità contrattuale e a 5 anni nei confronti del medico dipendente per responsabilità extracontrattuale.